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Scuola di Dialetto
Una "storica" intervista-lezione con il professor Tristano Bolelli, celebre glottologo e linguista, per anni docente all'Università di Pisa e autore di numerose pubblicazioni.

Professor Bolelli, da qualche tempo è in corso un acceso dibattito nel mondo culturale. C'è chi lancia anatemi contro i dialetti e chi, invece, dichiara che l'italiano è una lingua in via d'estinzione giungendo a invitare i poeti a versificare soltanto i dialetto. Qual è il suo atteggiamento di fronte a questi due opposti estremismi?

«Premesso che il nostro è il Paese che ha il maggior numero di dialetti in rapporto con la sua superficie, voglio affermare innanzitutto, come glottologo e linguista, che i dialetti non sono dei sottoprodotti della lingua italiana. Hanno le loro radici che sono altrettanto nobili. E questo va detto subito perché si cancelli l'idea che il dialetto sia una corruzione della lingua. Non è vero. In secondo luogo, come uomo e cittadino che vive in un certo Paese chiamato Italia, debbo pur dire che è necessario avere un modello linguistico comune a tutti ovvero una lingua di comunicazione che sia la stessa da un capo all'altro della penisola».

Ma perché, come afferma, sia i dialetti sia la lingua italiana sono «pari grado»?

«Questo lo si misura sul fatto che gli uni e l'altra derivano dalla stessa matrice latina. Che poi i vari dialetti abbiano avuto vicende storiche diverse, che alcuni, pur rispettabilissimi, non abbiano prodotto documenti letterari limitandosi soltanto a essere mezzo di comunicazione fra gli abitanti di una certa zona non si può negare. Perché da una pari dignità iniziale ognuno ha avuto la sua storia, il suo svolgimento. E alcuni dialetti sono andati più in alto di altri. Come è stato, per esempio, il caso del siciliano che nel Duecento ha prodotto una grande scuola poetica, la prima in Italia. Quella toscana, del "dolce stil novo", è venuta dopo».

Però è stato poi il toscano ad avere la prevalenza sugli altri dialetti, a diventare la lingua ufficiale. Come mai?

«La fortuna del toscano si basa sul consenso avuto da scrittori come Dante, Petrarca, Boccaccio. E a un certo momento, appunto per ragioni culutali, letterarie, accaduto che autori del nord come del sud abbiano cominciato a scrivere in toscano, come Boiardo che era emiliano o come Sannazzaro che era napoletano».

Si potrebbe allora dire che se Dante fosse nato in Sicilia oggi in Italia parleremmo il siciliano?

«E' probabile, ma siamo naturalmente nel campo delle ipotesi. Però quello che desidero sia chiaro è che in Italia non c'è stata alcuna autorità politica o religiosa che a un certo punto abbia imposto il toscano come base della lingua nazionale. Non si è trattato di una costrizione, è stato un fatto di libera scelta. Da noi non è accaduto come in Francia dove la lingua è stata stabilita con una legge o come in Inghilterra dove la scelta di un certo dialetto come lingua generale è dipesa da vicende di carattere soprattutto politico. In Italia tutto è accaduto naturalmente. Quando non esisteva ancora un'unità nazionale è avvenuta questa unificazione culturale. Ovviamente i difensori a oltranza dello sviluppo dei singoli dialetti nel nostro Paese dicono che c'è stata una violenza dello stato italiano. Ma si riferiscono al 1870, alla fine del Risorgimento, a quando cioè è stato codificato quale fosse la lingua ufficiale della penisola. E in quella occasione lo stato non ha fatto altro che prendere atto di quello che era già da tempo il mezzo di comunicazione generale».

Professore, quali sono le differenze fra lingua e dialetto?

«Per un linguista parlare di lingua o dialetto è la stessa identica cosa. Per un linguista, l'ultimo dialetto del Molise ha la stessa dignità della lingua letteraria. Certo non ne ha la stessa storia. Quella storia che ha condotto alcuni di questi idiomi a essere usati in un contesto più ristretto e altri in uno molto più ampio. E come ulteriore dimostrazione che fra lingua e dialetto non esistono sostanziali differenze (una lingua non è altro che un dialetto che ha la prevalenza sugli altri, riconosciuto come mezzo di comunicazione da comunità che hanno dialetti diversi) basta vedere le definizioni che dell'una e degli altri si trovano nei vari vocabolari. Nessuno riesce a mettere in evidenza delle reali diversità».

C'è quindi del vero quando qualcuno afferma che il suo non è un dialetto ma una lingua?

«Sì, in un certo senso. Anche se poi queste affermazioni nascondono in realtà altro. Siccome nel passato c'è stato un grande disprezzo per i dialetti, ora accade che la riscoperta da parte di ciascuno delle proprie radici culturali si trasformi nella fierezza di appartenere a un certo tipo dialettale. E tale nuovo orgoglio si esprime appunto definendolo lingua».

Come sono nati i dialetti italiani?

«Bisogna risalire a quando il latino si è diffuso, in tempi diversi, in quasi tutto il bacino del Mediterraneo come conseguenza delle conquiste romane. Le popolazioni dei luoghi occupati parlavano naturalmente lingue diverse ma, è questo il fatto interessante, fossero esse di tipo osco-umbro, nell'Italia centro-meridionale, o celtico-gallico, in quella settentrionale, in un tempo abbastanza breve tutti hanno accettato di apprendere il latino. Ecco, è qui che comincia la storia dei dialetti italiani. Infatti questa comune base latina, mescolandosi con le lingue precocemente parlate, produce nel tempo la formazione di altre "lingue" che hanno poi avuto una diversa evoluzione a seconda delle vicende storiche di ciascuna località. E accade oggi di notare che gli abitanti di zone rimaste a lungo isolate, che per diverso tempo non hanno avuto rapporti con altre popolazioni, parlino un dialetto che ha una maggiore somiglianza con il latino».

Di quali dialetti si tratta?

«Un esemplare in questo senso è il sardo. E la ragione della sua vicinanza al latino è appunto che è rimasta una lingua isolata. La Sardegna, infatti, a differenza dell'Italia settentrionale, per esempio, non ha subìto, se non lungo le coste e superficialmente, tutta una serie di invasioni da parte di altre popolazioni, non ha avuto nella sua storia quei rapporti con genti di altri Paesi che sono alla base di un'evoluzione molto rapida dei dialetti. Questo per isardi non è accaduto. La Sardegna in tal senso è rimasta davvero un'isola e ha conservato nel tempo un tipo linguistico più vicino al latino di altri».

Negli altri dialetti, oltre al sardo, è ancora possibile trovare tracce della loro madre comune: della lingua latina?

«Ci sono molti elementi comuni. Di vocabolario, innanzitutto. Prendiamo, per esempio, come si dice "vedova" e "vedovo" in certe zone dell'Italia meridionale. Li chiamano "cattiva" e "cattivo". Ma questo non perché siano cattivi. No. Si tratta di una derivazione dal latino "captivus" che vuol dire "prigioniero". E proprio in questo senso la parola latina è stata usata per indicare la vedova e il vedovo. Pensando al fatto che, le donne in particolare, per il lutto restavano a lungo segregate in casa, come prigioniere appunto. Poi, altri segni della parentela dei dialetti con il latino li si trovano nella morfologia e nella sintassi.»

Dall'esempio appena fatto emerge un altro elemento importante: analizzando l'origine delle varie parole si può ripercorrere anche la storia di una certa popolazione...

«Certamente... Ma per fare un discorso più generale, prendiamo per esempio i nomi dei giorni della settimana che, per la maggior parte, sono giunti fino alla lingua italiana conservando intatto il significato che avevano presso i romani. Allora, si scopre che Lunedì è Lunae dies , il giorno della luna; Martedì, quello di Marte; Mercoledì, di Mercurio; Giovedì, di Giove; Venerdì, di Venere. Come si vede, in questo caso, la civiltà cristiana non ha modificato nulla, abbandonando questi nomi del paganesimo. Sabato e Domenica costituiscono invece due casi a parte. Il primo deriva da una parola ebraica mentre il secondo significa: il giorno di Dio. Ma da dove viene? E' una lunga storia. Dapprima c'è in greco Kyriaké heméra che vuol dire giorno del Signore da Kyrios, dio. Poi, tradotto in latino, diventa Dominica dies e quindi finisce per arrivare in italiano come Domenica. Una storia, come si vede, che comincia in Grecia, passa per Roma e arriva fino a noi.»

Si può affermare che i dialetti contribuiscano alla "crescita" della lingua italiana?

«Molto spesso.»

E in quale modo?

«Un esempio abbastanza recente è che i giovani per dire che una ragazza è piuttosto bruttina la chiamano "squinzia". E questa non è altro che una parola dialettale. La si trova sia nel milanese che nel bolognese. Ma se poi pensiamo che ci sono delle parole ormai accettate da quello che chiamiamo l'italiano e che non vengono dal toscano ma da dialetti del nord e del sud ecco la prova di questa "collaborazione". Le faccio alcuni esempi. Prendiamo tutta una serie di parole toscane come "lucignolo, concio, guide, rena, guazza", ecco nessuna di queste la si trova in italiano comune. A loro si sono preferite espressioni che appartengono ad altri dialetti come, rispettivamente, "stoppino, letame, redini, sabbia, rugiada". Si può dire che anche la Toscana ha i suoi dialetti e ormai non si identifica totalmente con la lingua italiana.»

Ma il latino è il marchio di origine proprio di tutti i dialetti italiani?

«No. Restano fuori della matrice latina comune i dialetti tedeschi dell'Alto Adige, della Valle d'Aosta orientale, intorno al Monte Rosa, di tredici comuni veronesi e di sette vicentini, i dialetti albanesi che si trovano nel Molise, nelle province di Foggia, Taranto, Potenza, Cosenza, Catanzaro e in Sicilia: a Piana dei Greci (questa località si chiama così perché la popolazione, pur avendo il dialetto albanese, è prevalentemente cattolica di rito greco) e a San Michele di Ganzaria. Ci sono poi i dialetti greci diffusi nella Terra d'Otranto, in Puglia e nella Calabria meridionale... Ma per completare il discorso sui dialetti non di origine latina bisogna parlare anche di quelli di tipo sloveno e serbo-croato...»

Questi ultimi in quali località sono o erano in uso?

«I dialetti di tipo sloveno si potevano trovare nelle province di Udine, Venezia, Trieste. Gli altri, quelli serbo-croati, sono tipici delle zone di Pola e di Fiume che però dall'ultima guerra non fanno più parte del nostro Paese. Ma si ritrovano anche nell'Italia centro-meridionale, in località come Acquaviva, Collecroce e Monte Nitro, in provincia di Campobasso. E addirittura c'è un paese, sempre nell'Italia centro-meridionale, che rivela la presenza di un tale dialetto fin dal suo nome. Si chiama infatti San Felice Slavo. Poi restano un caso a sé i dialetti ladini e le parlate sarde. Fra queste ultime, particolarmente importanti sono il gruppo logudorese, che conserva il sardo più arcaico, i dialetti campidanesi e i dialetti galluresi che si avvicinano di più al toscano rispetto agli altri dialetti della Sardegna. Ma fra le isole linguistiche che, pur essendo di matrice neolatina, non appartengono al gruppo dei dialetti italiani, c'è il catalano di Alghero.»

Quali sono i grandi gruppi in cui si suddividono i dialetti italiani?

«Se prendiamo una carta geografica della nostra penisola si può tracciare una linea ideale che va da La Spezia a Rimini. Ecco, questo è il confine che divide i due grandi gruppi dei dialetti italiani: quelli settentrionali da quelli centro-meridionali e toscani. E questi ultimi vanno poi considerati a parte e vedremo in seguito perché. Intanto, per procedere con ordine, cominciamo con l'esaminare i dialetti settentrionali che hanno caratteristiche per cui, di solito, vengono chiamati anche gallo-italici perché le zone in cui si sono diffusi erano abitate dai Galli prima della conquista romana.»

E questa radice di partenza come emerge?

«Per esempio, dal fatto che di solito le parole finiscono in consonante. Quindi a Bologna si dirà "bon" per dire "buono" ma si dirà "bona" per "buona". Cioè la "a" è la vocale che rimane mentre le altre, come la "o", cadono se sono in posizione finale. Questa è una costante di tutti i dialetti dell'Italia settentrionale tranne in uno, nel Veneto.»

Come mai?

«Perché il veneto è, per così dire, un dialetto gallo-italico che se ne sta per conto suo. Ha, diciamo, un'impostazione diversa che deriva dal fatto che in quella regione la popolazione non era gallica in origine ma semmai "venetica" cioè composta dai cosiddetti antichi Veneti. E allora, come si è appena visto, nei dialetti dell'Italia settentrionale le vocali finali delle parole cadono tranne quando c'è la "a", nel veneto invece possono rimanere anche altre vocali. Facciamo degli esempi. "Avaro" in veneto si dice "crudo, peloso, strento, stitico", invece negli altri dialetti settentrionali è difficile trovare una vocale finale a meno che non si tratti, come in Emilia-Romagna, del caso di "tiré" che però è il participio passato di un verbo, di "tirare". Insomma, "avaro" in veneto resterà "avaro" mentre a Bologna sarà "aver" o "avar"?»

Proseguendo a parlare dei dialetti dell'Italia settentrionale, le loro caratteristiche si fermano a quello che ha finora detto?

«No. Un altro elemento tipico è che le consonanti doppie diventano semplici. E questo accade proprio per tutti questi dialetti. Nel veneto, è noto, invece di "matto" si dice "mato". Ma la realtà non muta neppure nei dialetti in cui come si è detto non c'è la vocale finale. In quelli si dirà "mat". Inoltre, per tornare ai "segni" dell'origine gallica dei dialetti settentrionali c'è qualcuno che sostiene che la "u" lombarda sarebbe appunto una "u" gallica. Ma su questo punto non tutti gli studiosi sono d'accordo. E' un discorso controverso come quello che viene fatto a proposito dell'origine della "c" intervocalica aspirata nel toscano che, come ho detto, costituisce un caso a parte nei dialetti dell'ltalia centro-meridionale...».

E qual è la teoria sulla "c" aspirata dei toscani?

«Un grande studioso come Merlo sosteneva che questo era un segno di lingua etrusca. Secondo il famoso dialettologo (ma un altro importante specialista, il Rohlfs, non è d'accordo con lui) se i toscani dicono "la 'asa" invece di "la casa", "ami'o" invece di "amico" la ragione va ricercata negli Etruschi che con le conquiste romane avrebbero imparato il latino mantenendo però le loro aspirate nel "c", nel "ch" intervocalico e anche nella "t" che in una parte della Toscana viene pronunciata come fosse un "th"... Ma, riprendendo il discorso sui dialetti dell'Italia settentrionale, va aggiunto, prima di concluderlo, che essi sono molto più vari di quelli centro-meridionali,nonostante che l'area di diffusione dei primi sia più ristretta di quella dei secondi...»

Le ragioni di questa particolarità quali sono?

«Dipende tutto dalla maggiore varietà della storia dell'ltalia settentrionale. Pensi un po' che cosa può aver voluto dire il fatto che citt‡ come Torino, Milano, Bergamo, Venezia, Padova e tante altre abbiano avuto vicende politiche e sociali completamente autonome. E queste autonomie, i territori che passavano dagli uni agli altri con le molte guerre che ci sono state, hanno prodotto un'evoluzione diversa di quei dialetti. Ma al di là di tali osservazioni di carattere generale, è impossibile scendere a spiegazioni più particolareggiate. Infatti non sempre possiamo intravedere le ragioni precise di un'evoluzione linguistica. Per esempio, è certo che il francese sia linguisticamente più evoluto dell'italiano. Perché? La risposta sono soltanto alcune supposizioni. Come il fatto che la Francia ha certamente avuto un'evoluzione più rapida dell'ltalia sul piano civile o che quando una lingua diventa più generale è soggetta a maggiori cambiamenti. Insomma, le cosiddette "lingue imperiali" sono quelle che hanno registrato una maggiore evoluzione».

Oggi quale chiamerebbe "lingua imperiale" per eccellenza?

«L'inglese, naturalmente. E ormai non si riconosce più rispetto alla lingua usata da Shakespeare... Vede, l'italiano è rimasto invece una lingua letteraria perché veniva imparato sui libri. Non era adoperato da tutta la popolazione. Non bisogna dimenticare che nel 1860/1870 gli italiani erano per l'ottanta per cento analfabeti. Quindi, quel venti per cento che sapeva leggere e scrivere produceva, sì, cose interessanti ma non c'era diffusione della cultura. Ecco perché da noi si è verificata una persistenza dei dialetti».

Ma torniamo a parlare del toscano a cui accennava prima per la "c" aspirata. Qual è la sua caratteristica generale?

«Si può dire che mantiene molti legami con il latino. Se, per esempio, prendiamo la parola "sanctus " questa in toscano di venta "santo", c'è praticamente una conservazione. L'"nct" latino è "nt" e non diventa "nd", "sando", come invece accade in certi dialetti meridionali. Sì, il toscano è linguisticamente molto conservatore, per lo meno quanto il sardo. E la ragione di questo sta sempre nel fatto che anche una buona parte della Toscana è rimasta, per un certo periodo, abbastanza isolata dal resto del mondo. Infatti, a causa degli Appennini, era fuori dalle vie di comunicazione dal nord verso il sud e viceversa. Basti pensare all'itinerario che seguivano coloro i quali tornavano dai pellegrinaggi al santuario di Santiago di Compostela, nell'odierna Spagna. Per andare verso sud giungevano nella Lucchesia, andavano dove ora si trova Altopascio ed evitavano la zona costiera dirigendosi probabilmente verso Siena. Insomma, seguivano una linea che lasciava da parte Firenze. Quindi sia questa citt‡ sia parte della Toscana sono rimaste per parecchio tempo isolate. Almeno fino al Duecento-Trecento quando i mercanti hanno aperto nuove vie di comunicazione. E' stata appunto la lunga mancanza di contatti con l'esterno che ha reso più determinante l'influenza del latino sulla sua lingua».

Lei, professore, ha già avuto occasione di dire che anche la Toscana, pur essendo la regione in cui è nata la lingua italiana, ha i suoi dlaletti. Mi può fare degli esempi?

«Il caso di Pisa è tipico. Prima che Firenze la conquistasse, qui si parlava un dialetto che era simile a quello di Lucca che ancora oggi è diverso dal fiorentino. Il lucchese, vede, aveva dei tratti più settentrionali, conseguenza del fatto a cui ho appena accennato, che da là passava la via che dal nord portava verso Roma. Ed è tipico sentire ancora oggi dire nel contado lucchese "bellessa" invece di "bellezza", "pias sa " invece di "piazza"... Qui a Pisa abbiamo un'iscrizione del Quattrocento in cui si legge: "In questa piassa..". E quando Dante scrive "sola gran fersa"" per "sferza " adopera un elemento pisano-lucchese e non fiorentino. Quest'ultimo non avrebbe mai adoperato una esse per una zeta. Però nel nostro "Dizionario " quando troviamo delle parole toscane dialettali sono di solito della periferia. Provengono dalla Lucchesia, dalla Garfagnana, dalla zona che va verso Massa e Carrara, quella dell'lsola d'Elba, del Grossetano, la larga periferia senese ma non sono mai parole del centro della Toscana. Quella parte è rimasta linguisticamente compatta. Infine, va detto che esistono differenze anche fra Firenze e Siena come conseguenza di una storia abbastanza autono ma dell'una rispetto all'altra. Un esempio. A Siena si adopera spesso la forma "ar" invece di "er". Infatti il Museo dell'Opera del Duomo dove nella città del Palio è conservata la famosa Maestà di Duccio di Buoninsegna, viene indicato nelle iscrizioni come "Museo dell'Opara del Duomo". E così nei testi senesi si legge ren darò invece che renderrò».

Dopo il toscano ci sono i dialetti centro-meridionali. Ebbene, questi ultimi come si distinguono dagli altri, da quelli settentrionali?

«Sono molto più facili da individuare. Una loro caratteristica fondamentale è che il gruppo "nd " diventa "nn", cioË "quando " si tra sforma in "quanno". E questo esiste in tutti i dialetti centro-meri dionali all'infuori di qualche piccola "isola" in cui si parlava greco. Allora, che cosa è successo? Laddove c'è una "nt" quella si tra sforma in "nd" mentre quando c'Ë "nd "si ha "nn". E' un fatto interessantissimo perché "nd" che diventa "nn "lo si trova anche nelle iscri zioni osco-umbre preromane. E quindi la prova di una continuit‡ storica dall'osco-umbro ai dialetti attuali. Cioè quelle popolazioni hanno imparato il latino ma vi hanno introdotto quell'"nn" della loro radice linguistica preceden te...Bisogna poi ricordare che vi sono delle zone in cui esistono le consonanti invertite».

Di che cosa si tratta?

«Sono quelle che, per esempio, si trovano nel siciliano "beddu" e "bedda " al posto di "bello " e "bella". E la cosa curiosa è che queste consonanti si incontrano anche in Sardegna, in Corsica e in alcuni paesi delle Alpi Apuane in cui capita di sentir dire "padda" invece di "palla", "paddone" invece di "pallone"».

Perché accade tutto questo?

«E' stato attribuito a un sostrato di popolazioni molto remote, precedenti ai romani che nella loro lingua avrebbero avuto queste consonanti».

Si trattava forse di popolazioni ancora piùantiche degli etruschi?

«Molto probabilmente sì... Ma questa non è l'unica curiosità che si scopre, da un punto di vi sta linguistico, nell'ltalia centro meridionale...».

Quali sono le altre?

«Esistono per esempio località in provincia di Foggia, come Faeto e Celle San Vito, in cui dal Trecento si è diffuso il franco provenzale e a Guardia Piemontese, in provincia di Cosenza, lo stesso è accaduto a partire dal Cinquecento. Esistono poi colonie gallo-italiche in Sicilia di provenienza naturalmente settentrionale. E questo in località come San Fratello, Novara, da non confondere con l'omonima città del Piemonte, Sperlinga, Nicosia, Aidone, Piazza Armerina, Randazzo. Si tratta di un ulteriore esempio di quanto sia estremamente interessante la storia linguistica della Sicilia. E proprio su questa regione esiste un acceso dibattito fra gli studiosi...».

Su cosa verte la contesa?

«La questione è se la Sicilia è stata romanizzata due volte: prima con i romani e poi con i normanni. E' una contesa naturalmente linguistica fra chi insomma sostiene che il siciliano è la continuazione del latino e altri che considerano questa lingua come frutto di una seconda romanizzazione, fatta dal Settentrione in epoca più recente, dai norrnanni appunto».

E lei, professor Bolelli, da che parte sta?

«Io penso che il siciliano sia una continuazione del latino. Se poi ci sono stati degli apporti successivi dei normanni lo posso accettare ma quello che non con divido è che ci possa essere stata fra gli uni e gli altri una interruzione di carattere linguistico. Il mutamento del siciliano per me è insomma avvenuto per cause storiche, non credo proprio che a un certo punto i siciliani abbiano abbandonato il latino per il greco e poi siano tornati di nuovo al latino».

Però in Sicilia c'erano delle colonie greche...

«Certo ci sono state città che parlavano greco. Basta pensare a Siracusa e ad Agrigento... Però a un certo punto il greco è pian piano scomparso, ha ceduto il passo al latino. Infatti non è un caso che oggi come oggi "colonie" greche in Sicilia non ci siano più, rimane soltanto qualcuna albanese. Ma anche a proposito degli insediamenti greci in Italia esiste un grosso dibattito fra gli studiosi. Si discute cioè se questi risalgano all'ottavo secolo avanti Cristo oppure si tratti invece di colonizzazioni posteriori, avvenute nell'età cristiana, e più precisamente nel sesto, settimo secolo dopo Cristo».

Gli insediamenti albanesi a quando risalgono?

«Beh, quelli ci riconducono ai tempi in cui l'Albania è stata conquistata dai turchi nel secolo XV. E stato appunto allora che molti albanesi si sono rifugiati in Italia... Per completare poi il nostro discorso sui dialetti italiani resta infine da dire qualcosa a proposito del ladino. Questa èuna varietà di lingua romanza la cui sezione orientale è formata dal friulano e la sezione centrale da valli dolomitiche come quelle di Fassa, Gardena, Badia, Marebbe e, ancora, Livinallongo, Ampezzo e il Comelico. Il ladino è anche diffuso in Svizzera nel Cantone dei Grigioni. E una delle sue carat teristiche, giusto per fare un esempio, è il plurale che si forma ponendo una "s" alla fine delle parole. Cioè fiori in ladino si dice "flors"».

In conclusione, professor Bolelli, fra i grandi gruppi di dialetti, quelli dell'Italia settentrionale e quelli centro-meridionali, esiste a suo avviso qualche elemento in comune?

«Direi proprio di no. Ogni dialetto ha le sue caratteristiche. Insomma, i vari dialetti non costituiscono un'unica linea retta ma sono come tanti segmenti, ciascuno dei quali succede all'altro. Faccio un esempio. Quando in Emilia diciamo che la "a" accentata diventa "e " per cui si dice "peder " invece di "pader", "meder" invece di "mader ", questa è una costante che seguiamo fin dove arriva, poi, a un certo punto, vediamo che non c'è più, entriamo in un' altra zona con altre caratteristiche. Ecco è finito un segmento dialettale e ne comincia un altro».

© L'Istrice/Simonelli Editore srl
Questa conversazione fra Luciano Simonelli e Tristano Bolelli si è svolta a Pisa nell'ottobre del 1983


Luciano Simonelli


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